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3-I S.p.A. - Il golpe del Governo sulle funzioni IT dell'Istat

Diciamolo forte e chiaro: una razionalizzazione dei servizi informatici nella pubblica amministrazione è quantomai augurabile, visti i suoi circa undicimila CED, duecentomila software sviluppati e utilizzati, centosessantamila basi dati, venticinquemila siti web. Stando ai dati Consip l’Italia spende circa 5,8 mld di euro ogni anno in ICT, molti dei quali dovuti ad una moltiplicazione di strumenti e infrastrutture che genera sprechi, sovrapposizioni, una cattiva ridondanza e anche una discreta vulnerabilità dell’IT pubblico.

L’obiettivo di costituire Poli Strategici Nazionali (PSN) e un Cloud Italia ci sembra perciò assolutamente augurabile. Quello che non risulta augurabile è che ciò avvenga, senza alcuna discussione preliminare, attraverso la costituzione della Società per azioni 3-I con quote alla pari tra Istat, Inps e Inail, come improvvisamente stabilito dall’articolo 28 del decreto legge 36/2022. Di massima gravità la circostanza che in Istat, inoltre, non vi sia traccia del percorso istituzionale con cui si è addivenuti alla decisione di aderire alla Società. Il massimo organo direttivo e di governo dell’Istat, il Consiglio di Istituto che esercita funzioni di programmazione, indirizzo e controllo sull’attività dello stesso (come stabilito dal DPR 166/2010) non ha mai avuto all’ordine del giorno delle sue sedute l’adesione alla suddetta società. Neppure il Piano triennale Integrato di Attività e Organizzazione – PIAO, finalizzato alla programmazione e alla gestione delle pubbliche amministrazioni e approvato nella seduta del Consiglio del 22 aprile 2022, contiene alcun cenno alla partecipazione dell’Istat alla 3-I S.p.A. Le ragioni di preoccupazione sono molteplici e proviamo ad esporle schematicamente: 1) Se l’IT pubblico versa in queste condizioni ciò è dovuto esattamente ad una vulgata ideologica che ha completamente deprivato le Pubbliche Amministrazioni delle professionalità e delle competenze in materia, favorendo un ricorso sistematico al mercato, ben oltre progetti e interventi straordinari, che ha frammentato i servizi all’interno ed accentrato le risorse all’esterno verso alcuni principali fornitori. In questo modo le PA hanno sviluppato una dipendenza verso tali imprese, hanno pagato costi notevolmente maggiori rispetto all’assunzione di competenze interne per i servizi ordinari, hanno favorito il proliferare di contratti precari e bassi salari presso fornitori che di fatto erano semplici intermediari, a tutto vantaggio del profitto derivato unicamente dal differenziale tra prezzo del servizio (alto) e salario erogato (basso) ai cosiddetti consulenti esterni. 2) La strategia attraverso cui perseguire gli obiettivi del Cloud Italia e dei PSN erano già indicati da AGID, con l’approvazione del Consiglio dei Ministri, attraverso due piani triennali dell’informatica, quello del 2017-2019 e quello del 2019-2021, in cui venivano individuati alcuni CED/data center candidabili a PSN, anche differenziando le strategie specifiche tra cloud e PSN, come ci indica la presentazione del MITD del 2020 alla Camera. Oggi invece scopriamo che nessuna infrastruttura risulta adeguata e che questo comporta la necessità di ricorrere ad una struttura terza, di natura privatistica, a cui far afferire le ingenti risorse in arrivo dall’Europa con un improvviso dietro front rispetto a quanto pianificato negli anni scorsi. E perché mai queste stesse risorse non possono essere utilizzate per investimenti utili a rendere adeguate le infrastrutture pubbliche già individuate come candidabili? È davvero più funzionale trasferire beni immobili, mezzi, strumenti, apparati (e competenze) dagli istituti ad una società terza di nuova realizzazione, guarda caso una S.p.A. non soggetta ai lacci e lacciuoli del pubblico? È funzionale ai servizi o all’utilizzo delle risorse senza i vincoli della normativa quando si tratta di spesa pubblica? 3) Si indica infatti come vantaggio decisivo nella costituzione di una siffatta società la possibilità di investire agilmente le risorse, la snellezza decisionale, la rapidità operativa a fronte di una PA elefantiaca. Tuttavia, l’enorme mole di norme che rendono effettivamente poco reattiva la parte pubblica sono dovute esattamente a prevenire l’uso poco accorto o in alcuni casi esplicitamente fraudolento di risorse che in fin dei conti sono proprietà dell’intera cittadinanza. Poiché parliamo di centinaia di milioni di euro che hanno la stessa proprietà e non certo afferenti al futuro Amministratore delegato o componenti del CdA, quali garanzie può avere la suddetta cittadinanza che in un soggetto di natura privata non avvengano usi poco accorti o addirittura fraudolenti? Quali tutele, quali strumenti di controllo e prevenzione? Temiamo nessuno. E che quindi il ricorso alla forma privata si trasformi in un modo per un uso più spregiudicato delle risorse di quanto il pubblico non garantirebbe. 4) Laddove si presenta un dato in controtendenza, come nel caso di Istat, invece di valorizzare le professionalità acquisite nel perimetro della PA stessa, di farne una best practice da emulare o come centro attorno a cui disegnare uno dei gangli del Polo Strategico Nazionale, magari anche istituire un’Agenzia ad hoc grazie alle risorse del PNRR, si prendono queste professionalità e si riversano tutte o in parte in una società che attraverso di esse farà profitti. In questo modo invece di avere un ritorno a favore del pubblico per l’investimento, uno dei pochi, fatto in questi anni, si esternalizza anche questo a favore di altri. Ripetendo esattamente lo stesso errore già fatto in origine nello sviluppo del settore IT pubblico italiano 5) Infine occorre sollevare la preoccupazione sull’impatto potenziale che la costituzione della 3-I S.p.A. potrebbe avere sulla tutela della riservatezza dei dati raccolti con finalità statistiche. Come ben sappiamo, l’Istat ha una esperienza pluridecennale nella integrazione di fonti, amministrative e di indagine, a fini statistici. La finalità statistica, legata a obiettivi di rappresentazione dei fenomeni collettivi nell’ambito del sistema statistico europeo, non è certo assimilabile a quella degli altri istituti coinvolti nell’operazione, i quali trattano dati con finalità amministrative, di controllo e sanzione a livello individuale che non possono e non devono interagire in alcun modo con le finalità proprie della statistica pubblica. La ventilata per quanto ambigua possibilità di integrazione di database - laddove si parla di “interoperabilità tra gli enti pubblici per snellire le procedure ed evitare di chiedere a cittadini ed imprese informazioni già fornite in precedenza” - contenenti informazioni eterogenee e ricche di dati sensibili, come quelle provenienti dai tre Enti coinvolti, impone la massima attenzione sui rischi democratici e di controllo sociale che ne potrebbero conseguire. D’altronde proprio la tutela della privacy e la riduzione dei rischi di controllo hanno rallentato e circoscritto le potenzialità offerte dalla possibilità di integrazione di archivi amministrativi e di basi dati anche se finalizzate alla produzione statistica, come testimoniano le attenzioni che l’Autorità Garante per la privacy ci ha riservato in questi anni. Con la costituzione della 3-I S.p.A. tali rischi potrebbero addirittura allargarsi con la generazione di una nuova fattispecie: l’uso amministrativo dei dati raccolti con finalità statistiche. A fronte di queste ragioni riteniamo del tutto irricevibile il progetto 3-I non solo per i lavoratori e le lavoratrici del nostro Istituto, ma per tutte le cittadine e i cittadini preoccupati per un utilizzo sensato e funzionale delle risorse che arriveranno attraverso il PNRR. L’augurabile razionalizzazione dei servizi ICT va effettuata attraverso il coinvolgimento di chi in quei servizi lavora quotidianamente e dell’utenza, seguendo una pianificazione delineata nel tempo e non semplicemente con un’ottica da “albero della Cuccagna” nei confronti dell’Europa. Laddove il progetto dovesse passare in Parlamento, attraverso l’ennesima forzatura a cui ci hanno abituati in questi anni, sarà necessario vigilare articolo per articolo alla definizione degli accordi tra istituti e società 3-I, tanto per quanto riguarda gli investimenti quanto in merito alla forza lavoro utilizzata nella fase di transizione e nella definizione successiva dei contratti di lavoro stabili. Perché sarà anche questo a stabilire il futuro dell’ICT nel sistema paese e quello di chi lavora nel settore.