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Un anno (o quasi) di RSU

Aggiornamento: 31 gen 2019

Si approssimano i 12 mesi dall’elezione della Rappresentanza Sindacale Unitaria, ed è tempo di fare un primo bilancio di questi mesi, ma anche del ruolo che siamo riusciti/e, come Clasp, a svolgere all'interno di questo organismo.


Il sistema delle relazioni sindacali disegnato da sempre nel settore pubblico, è costituito da tre livelli: l’accesso alla contrattazione nazionale, quella integrativa di Ente, ed infine la rappresentanza sul luogo di lavoro. Il livello intermedio è quello deputato ad occuparsi di tutte, o quasi tutte, le questioni cruciali rispetto all’applicazione delle regole contrattuali nel luogo di lavoro; l’ultimo livello, quello di prossimità, si occupa solo delle questioni logistiche e strutturali, che riguardano gli ambienti fisici e del “benessere lavorativo” in senso più lato.

Di questo livello di contrattazione “di prossimità” si occupa la Rappresentanza direttamente eletta dai lavoratori. Ciò vuol dire che l’Amministrazione, su questioni quali l’orario di lavoro, gli aspetti salariali o relativi alla mobilità, non è tenuta ad ascoltare i rappresentanti dei lavoratori. Questa disciplina è discutibile, ed è addirittura più rigida che nel settore privato, ma quello che è peggio è che neanche sulle materie ritenute strettamente di competenza della RSU, l’amministrazione è aperta ad un regolare confronto.

Questo deriva probabilmente dal fatto che la RSU non ha mai veramente funzionato negli anni a Noi più vicini, dato che la sua azione deve necessariamente essere il frutto della sintesi di posizioni molto diverse tra le organizzazioni Confederali, le organizzazioni sindacali di base (tra loro diverse), ed addirittura i laboratori sindacali come il nostro. Come Clasp pensiamo che sia assolutamente fondamentale l’indipendenza politica dalle grandi organizzazioni sindacali, ma al contempo che i bisogni dei lavoratori e delle lavoratrici non possano trovare un ostacolo nella frammentazione organizzativa in cui si esprime il voto sindacale, visto che –quantomeno dai livelli intermedi in giù- le necessità dei lavoratori sono largamente simili. È con questo spirito che abbiamo tentato di far entrare quante più questioni possibili nella discussione della RSU, per poi dare il nostro contributo e farne scaturire un risultato per tutti/e.

Tali risultati sono necessariamente in chiaro scuro e per questo dobbiamo pensare insieme a come migliorarli. Singole questioni –apparentemente slegate tra loro- hanno visto la necessità di dare voce all’insoddisfazione dei lavoratori, chiamando in causa la RSU.


Nuova sede nel quadrante Sud. L’apertura affrettata a lavori non ancora completati della nuova sede ha visto gli inevitabili disagi di cui si parla in questo altro articolo dell’Improbabile. Il punto è come intervenire per correggere quelle storture. Durante le prime e partecipate assemblee è stata stilata una lista di rivendicazioni, che andavano dalle più banali misure di miglioria (che l’Istituto ha impegnato settimane a capire e ancor più la Proprietà ad implementare –quando lo ha fatto-), a quelle più strutturali. Per citarne una, il fatto che sia stata scelta una sede priva del servizio mensa in un’area urbana in cui la ristorazione non è per nulla accessibile e gli spazi dedicati al consumo dei pasti sono ridotti all’osso, senza che a questa difficoltà corrispondano contropartite in termini di flessibilità oraria.

Alla radice di questi problemi sta la scelta di un edificio sbagliato, difficilmente adattabile a spazi lavorativi per più di 200 persone (che Noi non avremmo mai accettato). La politica delle sedi non è stata però neanche discussa pubblicamente con le rappresentanze sindacali. Quando è stato chiesto un incontro per riportare le rivendicazioni dei lavoratori, questo è stato addirittura negato per mesi! Quando infine la macchina organizzativa dell’Istituto si è messa in moto, alcuni problemi si sono rivelati di complicata risolvibilità tecnica (es. l’assurda questione della climatizzazione centralizzata delle stanze).

L’altro problema è che una parte di queste rivendicazioni (l’orario ed il codice 260) riguardano le politiche del personale sulle quali la RSU non si dovrebbe neanche pronunciare. Per poter porre questi problemi in maniera complessiva sarebbe necessaria una mobilitazione che ancora non c’è stata. A fronte di una iniziale spinta, ci si è limitati all’invio di mail di protesta. Tale posizione "di attesa" diventa frustrante per tutti, per i colleghi assegnati alla sede e per i rappresentanti sindacali che, senza la continuità della mobilitazione, vengono ignorati ai limiti dell’insolenza.

Lo stesso atteggiamento l’amministrazione lo ha dimostrato sulla sede di De Pretis, quando si è trattato di implementare delle misure di contenimento del carico, che mitigassero il rischio strutturale della sede, più alto di quello degli altri edifici. Si è contemporaneamente data comunicazione diretta ai dipendenti, senza neanche informare preventivamente gli RLS, e provata l’illusoria strada della ricerca di un altro edificio in area Termini, ottenendo il risultato di scatenare preoccupazione e di impedire un sereno dibattito tra i colleghi sull’opportunità di cercare un’altra sede (necessariamente più distante dalla sede centrale).

L’altro aspetto critico della questione è che le assemblee di base non hanno un potere di contrattazione diretta.

Due temi sui quali è maturato un intervento diretto dei lavoratori in questi mesi non competono direttamente alla  RSU, nonostante nelle assemblee ci sia stata una ampia discussione: parliamo dei temi legati all’orario di lavoro e al riconoscimento dell’anzianità pregressa.

Su questo ultimo tema, dopo un tortuoso percorso di una surreale interlocuzione con l’Aran (l’agenzia che rappresenta il governo per quanto riguarda l’applicazione del contratto), si è arrivati alla decisione del Consiglio di stornare delle voci di bilancio per sanare con una conciliazione privata il riconoscimento dei diritti maturati da ogni singolo dipendente durante i contratti "non a tempo indeterminato". E’ stato fondamentale che un gruppo di colleghi, si sia preso in carico direttamente la questione, provando a risolverla fuori dal ricorso alle vie legali. L’amministrazione è stata più attenta, su una questione delicata partita dalla stabilizzazione dei colleghi assunti col Censimento 2011, ma che riguarda tutti. Su questo bisognerà continuare a lavorare perché troppi rivolgimenti sono ancora possibili. In particolar modo, l’Amministrazione sta tentando di far passare come una concessione quello che è in realtà un diritto sancito dal CCNL 2016-2018, e questo fatto dovrà essere impedito con ogni mezzo.

L’altra questione che ha portato ad una delibera amministrativa è invece quella sul cambiamento del regolamento orario. Le organizzazioni sindacali firmatarie del CCNL, ricevuta una ridicola e maniacale proposta da parte dell’amministrazione che tendeva a riportare indietro di venti anni la regolazione del tempo di lavoro del personale (soprattutto di quello CTER), hanno aperto il dibattito con un’assemblea, che ha visto livelli di partecipazione anche molto alti. Il punto è che il mandato dell’Assemblea era di risolvere in primo luogo il nodo della consistenza della fascia di presenza, mentre l’Ordine di Servizio uscito a fine anno contiene l’abolizione del “permesso banca” (che non esiste nel CCNL ed era un margine di flessibilità oraria ereditato dalla contrattazione di Ente del passato), e l’applicazione pedissequa (in senso restrittivo) del CCNL per quanto riguarda le 18 ore di permesso per gravi motivi.

Ciò che sottende entrambe le questioni è l’applicazione corretta del CCNL. I contratti nazionali che vengono firmati quasi sempre non ci piacciono, ma vanno difesi anche da chi non li firma, perché rappresentano l’idea che la regolazione dei rapporti di lavoro non sia lasciata all’arbitrio di un/una dirigente irascibile, autoritaria o in cerca di visibilità presso le burocrazie ministeriali. Questo è il compito che dobbiamo portare avanti insieme, oltre le OO.SS., perché lo scivolamento delle condizioni di lavoro in questi anni è visibile a tutti, ed è dato esattamente dalla condizione che esista un ceto separato che ha “il potere” o “la competenza” di stabilire la soglia di intollerabilità.


Infine l’elemento probabilmente più nobile e meglio riuscito, è quello della mobilitazione della intera RSU contro l’arrivo del leghista Blangiardo alla Presidenza dell’Istituto. E’ stata una mobilitazione che abbiamo fortemente voluto facendo partire sin da questa Estate atti indirizzati al Ministero della Funzione Pubblica che hanno costretto il Governo a dimostrare tutta la sua opacità su questa vicenda, preparando atti scenici, ma anche campagne stampa e raccolte di firme che sono arrivate a coinvolgere anche i colleghi europei di altri Enti di Ricerca. È stata una mobilitazione fatta in nome dell’anti razzismo e dell’indipendenza dell’Istituto. È probabile che con l’arrivo concreto di questo funzionario che ha indossato la camicia verde al giusto momento, pezzi di questa campagna si stacchino opportunisticamente. Poco importa perché, secondo Noi, è stato un modello in cui trasversalmente abbiamo provato a difendere dei valori irrinunciabili.

Ci aspetta un periodo in cui lo dovremo fare di più e meglio, e dovremo unire alla difesa della nostra visione del lavoro il rispetto più preciso delle nostre condizioni.