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Un po' di improbabile per un mondo che soffoca

Aggiornato il: 27 lug 2020

“La forza è ciò che fa di chiunque le è sottomesso una cosa. Quando è esercitata fino in fondo fa dell'uomo una cosa nel senso più letterale, perché ne fa un cadavere. C'era qualcuno e, un istante dopo, non c'è più nessuno” (Simone Weil)


“Il nuovo accade sempre contro le chances schiaccianti delle leggi statistiche e della loro probabilità, che per tutte le finalità pratiche e quotidiane corrispondono a certezza; il nuovo dunque accade sempre sotto forma di miracolo. Il fatto che l’uomo sia capace di azione significa che da lui ci si può aspettare l’inaspettato, che è capace di realizzare ciò che è infinitamente improbabile” (Hannah Arendt)


Un uomo viene ucciso da un agente di polizia. Succede tutti i giorni, e ovunque nel mondo. Negli Stati Uniti numeri affidabili raccolti a partire dal 2015 dicono che le forze di polizia uccidono circa 1.000 persone ogni anno, in modo omogeneo in tutto il paese, e che per i neri la probabilità di essere uccisi da un agente di polizia è due volte e mezza quella di un bianco (per gli ispanici “solo” due volte).


Questo uso sistematico della forza letale non è ovviamente casuale e non riguarda semplicemente la cultura e l’organizzazione della polizia: si tratta invece di una consapevole decisione politica dell’apparato di stato statunitense, razionalmente argomentata e giuridicamente tutelata.


La Corte Suprema, un’istituzione dal peso politico decisivo nell'intera vicenda storica USA, ha così elaborato la dottrina della “immunità qualificata”: si tratta di un principio che prevede la non procedibilità nei confronti di ufficiali dello stato protagonisti di abusi o violazioni di diritti costituzionali se questi non sono stati “chiaramente stabiliti”, ovvero identificati come tali da una Corte in giudizi precedenti.

Così è stato ad esempio rigettato un appello contro l’immunità riconosciuta all’agente Terence Garrison che uccise Andrew Scott all'interno del suo appartamento mentre giocava ai videogame con la fidanzata: la vittima avrebbe potuto rifiutarsi di aprire la porta e nessuna corte ha mai “chiaramente stabilito” il diritto a non subire reazioni da parte della forza pubblica all'interno della propria casa. Allo stesso modo sono stati protetti da immunità i poliziotti che stordirono a colpi di taser una donna incinta a Seattle durante un controllo stradale.


Offrire la più ampia immunità possibile alle forze di polizia è la regola silenziosamente e scrupolosamente osservata da ogni stato, democratico o meno: si tratta di preservare la concretezza della minaccia che fonda il monopolio della forza che è alla radice di ogni Stato. In questo senso l’omicidio di George Floyd ci mette davanti a un fatto politico elementare e fondamentale: alla base dell’ordine sociale c’è la realtà di una forza che può trasformare un uomo in cadavere.


Perché allora questa volta una reazione così ampia, generale, forte sta attraversando gli Stati Uniti? Elencarne le ragioni è un esercizio inutile: quelle ragioni erano lì da tempo, eppure quello che mille volte avrebbe potuto accadere non era accaduto, fino a ieri. Come al Cairo o a Damasco nel 2011, come a Beirut o a Valparaiso pochi mesi fa.


La rivolta era improbabile quanto logica. Istintivamente e razionalmente una parte importante della popolazione statunitense, e non solo di quella nera, ha capito che era arrivato il momento di reagire e ha colto l’opportunità.

L’ampiezza della crisi di legittimità della democrazia USA, e dell’equilibrio mondiale che si è definito attorno al suo primato politico, economico e militare, è enorme.

Non si tratta solo della lunga eredità della violenza schiavista e razzista che fa vivere ancora oggi gran parte della popolazione nera in una sorta di colonia interna, con l’incarcerazione di massa e la deprivazione massiccia nell'accesso all'istruzione, al lavoro e alle cure sanitarie. L’approfondimento delle disuguaglianze non corre solo lungo linee di divisioni etniche ed ha raggiunto negli USA proporzioni grottesche, come ha recentemente ricordato uno dei più importanti economisti dei nostri tempi, Daron Acemoglu:


“Immediatamente prima della pandemia, il 12-15% della popolazione USA riceveva assistenza alimentare, più del 42% degli adulti risultavano obesi, quasi il 9% della popolazione era priva di assicurazione sanitaria e il 20% coperta solo dal Medicaid (un’assicurazione sanitaria pubblica [e limitata] per i poveri)”


Niente mostra forse con più chiarezza il limite raggiunto dalla società statunitense della dinamica recente della speranza di vita.

Il premio Nobel Angus Deaton ha recentemente documentato come la diminuzione osservata a partire dal 2014 della speranza di vita alla nascita negli USA sia dovuta in modo quasi esclusivo all’aumento della mortalità tra i bianchi con bassi livelli di istruzione nelle classi di età centrali, iniziata già alla fine degli anni 90. Si tratta delle cosiddette “morti di disperazione” associate all'abuso di medicinali, al consumo di alcool, ai suicidi, insieme responsabili di 160.000 decessi nel 2018.

E’ una realtà che non è semplicemente legata alla crisi economica, ma alla combinazione del crescente degrado nei livelli di istruzione e di protezione sociale, nella qualità e stabilità dei posti di lavoro, nella distruzione dei legami familiari e sociali, nella desertificazione delle comunità locali.

E’ a questa comunità bianca, il cui mondo e la cui dignità sono stati distrutti in un trentennio rapido e crudele, che Trump e la destra identitaria offrono in cambio la miserabile compensazione emotiva di un razzismo sadico e omicida.


Né questa evoluzione è limitata agli Stai Uniti. Una simile riduzione della speranza di vita è stata infatti osservata recentemente anche nel Regno Unito, con analoghi aumenti della mortalità nelle regioni più povere e tra le donne in particolare.


Nel modo più astratto è possibile dire che la modernità capitalista si è definita attorno al principio di crescita: crescita della ricchezza, della popolazione, dello scambio di merci e possibilità di vita, della vita stessa come processo. Che a questo si siano accompagnate, in modo solo apparentemente contraddittorio, grandi distruzioni è in fondo secondario rispetto alla capacità rinnovata del sistema di spingere se stesso in avanti senza riconoscere un limite, trasformando ogni limite in frontiera da estendere.

Oggi si moltiplicano i segnali che questa forza appare diminuita proprio al centro del sistema, che sempre più debole è la capacità di integrare porzioni sempre più ampie della popolazione al suo interno.


Le mobilitazioni spontanee, trasversali e multiformi che stanno scuotendo le notti e i giorni di un paese che credevamo a torto pacificato sono davvero una boccata d’aria per un mondo in cui si soffoca, l’improbabile miracolo che aspettavamo.

La linea del colore, il razzismo, è qui solo la più visibile delle divisioni che è messa in questione: la stessa declinazione in termini esclusivamente razziali di queste giornate, anche nelle comprensibili forme di un antirazzismo radicale, rischia così di circoscrivere il movimento e impedirgli di formulare le sue ambizioni e i suoi obiettivi in tutta la loro ampiezza.


Questi sono largamente indipendenti e in eccesso rispetto ai contenuti delle prossime elezioni presidenziali. E’ chiaro che oggi, come negli anni 20 e 30 del secolo scorso, due frazioni delle elites globali con strategie confliggenti si affrontano in una sfida per la definizione del prossimo equilibrio mondiale, e che una di queste appare pronta a scelte in grado di produrre esiti catastrofici.

E’ altrettanto chiaro che senza la costituzione di una forza collettiva che sfidi nella società i meccanismi della divisione, dello sfruttamento e della violenza di stato non c’è alcuna possibilità di evitare quegli esiti.

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