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"Parasite", ovvero, l'odio di classe

Aggiornato il: 27 lug 2020

<< Sono ricchi, ma gentili>>

<< No, sono gentili perché sono ricchi>>


E’ difficile, se non inutile, incasellare a livello tecnico l’operazione narrativa del regista di questo film, Bong Joon-ho, e della sua macchina da presa. La domanda è la seguente: 132 minuti di distorsione di una qualsivoglia realtà metropolitana della Sud Corea, quasi al limite della saturazione totale (se invece di un film fosse stato un pezzo musicale) o, piuttosto, di un’accecante faro acceso sulle dinamiche umane tra individui, famiglie e ceti sociali dell’ urbano, tanto al di sotto del 38esimo quanto a qualunque longitudine del villaggio globale? Ripeto, domanda difficile a cui rispondere, ma forse anche inutile, perché in entrambi i casi il risultato che emerge è sempre lo stesso. Il racconto restituisce una sensazione dalla consistenza del percolato, che scorre e si riversa sullo spettatore, in un primo momento goccia a goccia, poi come alluvione: spaesamento, disturbo, disagio, sintomi di personalità anomica, ciò che si percepisce nel film e forse anche dopo.

Una famiglia sud coreana, la famiglia Kim, madre, padre, fratello e sorella, disastrosamente vicina alla miseria più nera, schiacciata dall'impellenza del sopravvivere in un degradato sobborgo di una grande metropoli, escogita tra le mura putride del seminterrato dove vive un cinico piano per truffare una ricca famiglia della stessa città, la famiglia Park. Senza qualifica alcuna, armati di un’astuzia dai colori della commedia (inizialmente), prima i figli, facendosi assumere come insegnanti privati per i rampolli Park, poi il padre e la madre, come domestici tutto fare, riescono ad entrare nella famiglia d’altissimo bordo con ogni stratagemma, inganno, truffa e sotterfugio possibile ed inimmaginabile. Il piano funziona, affonda come coltello nel burro dell’ingenuità della famiglia Park, residente con tutta l’ingenuità e le ansie della signora Park, lo stakanovismo imprenditoriale del Signor Park e l’apatia dei loro figli in una delle case più belle, enormi e di maggior valore come design nella città.


E’ una storia d’insetti, nello specifico tarli e relativi acari parassiti. La famiglia Park, con le sue sconfinate finanze, il gusto per l’esotico in tutto, il profilo internazionale, la raffinatezza, l’estrema cortesia dei modi, è tarlo appena uscito dalla larva nel legno di un sistema, quelle del capitalismo finanziario, bloccato in un crepuscolo interminabile, che si fa palco per la patinata gentilezza dell’essere dei suoi componenti, membri di quella che potremmo definire una sezione estremo - orientale di un’ipotetica Internazionale della gentry. La famiglia Kim, invece, è acaro del tarlo che penetra nelle gallerie da quest’ultimo scavate e che delle sue energie si nutre, talmente tanto e così facilmente da arrivare quasi a vaneggiare di diventare tarlo esso stesso. La truffa è così riuscita che la famiglia Kim non solo sogna di poter vivere allo stesso tenore della famiglia Park, ma arriva ad aver fame di un diritto a godere di tutto ciò. Tutto, sempre e comunque nel più rigido segreto, dietro una coltre di bugie e raggiri che arrivano anche a macchiarsi di sangue, fin quando la situazione diventa talmente compromessa dai tragici imprevisti che la casualità riserva: e quando il legno è consumato, la sua struttura crolla insieme a tarli ed acari, prima che almeno una delle due specie trovi il foro d’uscita.


Il film che regala la Palma d’Oro di Cannes 2019 a Bong Joon-ho è simulazione di un esperimento sociale, che grazie allo strumento del cinema riesce a riprodurre gli scenari più neri, anche sotto il profilo psicologico, di una futura non-società, cioè di un semplice “insieme di uomini, donne e famiglie” come diceva Margaret Thatcher, in una competizione/conflitto più o meno dichiarato tra i sobborghi e i quartieri residenziali , tra sfarzo sobrio e povertà estrema, che si combatte con l’applicazione di uno smartphone più che con le armi vere, come appare addirittura in una scena del film. I personaggi incarnano l’apocalittica proiezione dell’ultimo e più avanzato stato d’evoluzione dell’ homo oeconomicus teorizzato dalla sociologia classica, e cioè lo stato in cui l’homo non solo è in grado di definire le proprie preferenze di consumo, disporle in sequenza, massimizzare la sua soddisfazione utilizzando al meglio le sue risorse e infine, di analizzare e prevedere nel modo migliore la situazione e i fatti del mondo circostante al fine di operare la scelta più corretta. L’homo oeconomicus di “Parasite”, che sia ricco o povero, Park o Kim, tarlo o acaro, è disposto a rinunciare a tutte le sue risorse di dignità umana per massimizzare la sua soddisfazione materiale.


Signore e signori, torna sullo schermo l’odio di classe. E molto altro.


Pepito Sbazzeguti

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