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Al lavoro nella pandemia

E’ notizia recente che, secondo l’INAIL, i morti sul lavoro in Italia nel periodo tra gennaio e luglio 2020 sono aumentati di circa il 20% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. E questo nonostante il blocco di buona parte dell’attività economica del paese nei mesi del lockdown e poi della lenta riapertura successiva. In effetti gli stessi dati INAIL parlano di una riduzione del 25% delle denunce di infortunio: l’emergenza COVID ha ridotto il rischio di infortuni sul lavoro, ma aumentato la probabilità di morire sul lavoro.

Sono 51.363 i contagi covid da lavoro sui 247.537 casi totali al 31 luglio quindi poco più di un quinto dei contagi è avvenuto nei posti di lavoro, il COVID ha colpito con durezza ovviamente il settore sanitario: quasi il 60% delle denunce di infortunio relative al COVID riguardano gli operatori della salute (principalmente infermieri e operatori socio-sanitari, donne per più dei ¾), il 10% medici. Una quota significativa degli infortuni sul lavoro legati al COVID è stata però registrata fuori dal settore sanitario.


Fonte: INAIL, Dati sulle denunce COVID



Le professioni legate ai servizi alla persona contano infatti il 9% dei casi, mentre gli impiegati amministrativi e i quadri dell’amministrazione pubblica registrano insieme il 4% delle denunce complessive. Con l’allentamento delle restrizioni e la graduale ripresa dell’attività economica si è assisitito ovviamente ad uno spostamento dei nuovi casi di infortunio legato al COVID dal settore sanitario ai settori produttivi. Rispetto al profilo demografico degli infortuni da COVID registrati dall’INAIL, il 70% delle denunce di infortunio hanno riguardato donne, il 63% persone con più di 50 anni.

L’impatto sanitario del COVID sul mondo del lavoro è stato dunque notevole e soprattutto differenziato: il rischio non si è distribuito in modo omogeneo tra i settori economici, tra le categorie professionali, tra i sessi e tra le generazioni.

Il rischio COVID è infatti associato alle caratteristiche tecniche e organizzative delle diverse occupazioni: la prossimità fisica con altri lavoratori e con gli utenti/clienti, l’esposizione diretta a soggetti fragili o a rischio come nel caso di molti lavori di cura, l’impossibilità di effettuare la propria prestazione lavorativa in remoto.


Così molti dei lavori meno qualificati e peggio retribuiti sono proprio tra quelli maggiormente esposti al rischio sanitario oltre ad essere tra quelli più colpiti in termini economici dalla crisi innescata dalla pandemia: questi lavoratori sono così stretti tra il rischio di perdere lavoro e reddito e quello di mettere in pericolo sè stessi e le proprie famiglie.

Una recente analisi dell’ECDC, l’agenzia europea per il controllo e la prevenzione delle malattie, ha documentato 1376 focolai di infezione legati ai luoghi di lavoro in Europa tra marzo e luglio 2020: se la gran parte di questi sono legati a ospedali e case di cura (850 in tutto), numerosi sono quelli legati a industrie specifiche (153 focolai nelle fabbriche di macellazione e confezionamento carni) e 65 quelli documentati in uffici. Studi che usano le variazioni nella struttura occupazionale dei diversi paesi dell’Unione Europea stimano che fino a un quarto dei contagi sia attribuibile alla sfera lavorativa. La stessa indagine sulla sieroprevalenza in Italia condotta da ISTAT-Ministero della Salute, sebbene neghi frettolosamente il lavoro come fattore di contagio, mostra tra i suoi risultati “un sostanziale incremento della prevalenza (...) anche quando vi siano stati contatti con colleghi di lavoro affetti dal virus (11,6%)”.

Ai rischi diretti sperimentati sul luogo di lavoro si aggiungono quelli indiretti relativi al raggiungimento del luogo di lavoro. I trasporti pubblici sono considerati dal’OMS e dall EU-OHS un contesto ad “alto rischio” principalmente per tre motivi: alto numero di persone concentrate in uno spazio limitato con scarsa ventilazione, nessun controllo degli accessi per identificare soggetti potenzialmente infetti, molteplici superfici comunemente toccate (macchinette per i biglietti, corrimano, maniglie, etc..). I trasporti pubblici sono stati probabilmente un importante vettore di diffusione dell’epidemia, anche se non è facile individuarne il peso in generale: un’analisi del caso di New York, città che ha avuto un numero di contagi superiore a quello sommato tre epicentri mondiali del COVID come Lombardia, Madrid e Teheran, mostra come la “subway” sia stato uno dei principali disseminatori del virus nell’area metropolitana.


Fonte: Harris (2020), NBER WP27021


Che impatto hanno avuto sull’epidemia le misure di chiusura delle attività produttive e la possibilità del lavoro da remoto? Tutto indica che si è trattato di un impatto decisivo, misurabile in migliaia di vite umane salvate: è ormai prevalente in chi studia gli effetti delle politiche di contenimento dell’epidemia che una chiusura tempestiva e ampia è la scelta migliore sia in termini di salute della popolazione che rispetto agli effetti economici e sociali nel iungo periodo.

Abbiamo ormai un’idea abbastanza chiara degli effetti della prima ondata dell’epidemia In Italia. I dati sull’eccesso di mortalità (ovvero sulla variazione del numero delle morti nel periodo marzo-maggio del 2020 rispetto alle morti “normalmente” osservate nello stesso periodo degli anni precedenti) ci dicono che dove l’epidemia si è diffusa in modo ampio, nel Nord del paese, la mortalità “vera” comprendente i decessi causati direttamente e indirettamente dal COVID è stata molto più alta di quella ufficiale: le morti degli anziani fuori dal contesto ospedaliero (nelle case private e nelle RSA) non sono state spesso registrate come decessi COVID, e il bilancio complessivo è probabilemente più alto del 50-60% rispetto a quello ufficiale.

Nel nord del paese è morta a causa del COVID lo 0,15% della popolazione nel giro di tre mesi.


Eccesso di mortalità nel Nord Italia nei primi mesi del 2020

Fonte: Ciminelli e Garcia-Mandico (2020)


Altrettanto chiaro è l’effetto delle misure di contenimento e l’importanza decisiva della loro tempestività e selettività: uno studio recente stima che senza la chiusura delle attività economiche ci sarebbero stati il doppio delle morti e che una chiusura anticipata di una sola settimana avrebbe ridotto i decessi di un ulteriore 25%. Inoltre, non tutte le attività economiche sono uguali: la chiusura di attività del commercio e della ristorazione hanno un effetto ampio e significativo, diversamente da quanto appare per il settore delle costruzioni e delle industrie tecnologicamente avanzate. Infine, una maggiore quota di lavoro digitale è sempre associata a significative riduzioni della mortalità nei comuni del Nord durante la prima ondata. Chiudere le attività dei servizi in modo tempestivo e attivare là dove possibile il lavoro in remoto ha salvato vite qualche mese fa, e può farlo ancora se ci si assume la responsabilità di deciderlo.







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