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ISTAT: 100 anni di storia, un presente al collasso

Si sono aperti oggi, con una dimessa conferenza stampa online, i festeggiamenti per il Centenario dell’Istat.


Avrebbero potuto rappresentare una prima occasione di confronto e di orgoglioso rilancio dell’Istituto, utile a migliorare la missione che l’Istat svolge per conto del Paese, e invece si è scelto di farne un rituale vuoto e blindato, per evitare di replicare alle obiezioni puntuali di chi l’Istituto lo ri-anima ogni giorno. Molta della credibilità istituzionale è stata compromessa durante il quadriennio della presidenza Blangiardo che oggi, pur sedendo in Consiglio, si appresta incredibilmente a far causa all’Istituto per veder riconosciuti gli emolumenti non corrisposti da pensionato in virtù di una scandalosa deroga alla Legge Madia, confezionata su misura dagli amici della Lega.


La Presidenza Chelli sta assistendo passivamente al progressivo declino dell’Istituto e delle sue funzioni, priva com’è di coraggio e di visione, oltreché troppo spesso incline alla abdicazione, come avvenuto recentemente sul tema dell’utilizzo delle graduatorie art.15, sul quale ha per mesi lasciato intendere che ci fosse un timido orientamento favorevole e infine rimesso al Consiglio la decisione senza mai formalizzare e/o verbalizzare una sua linea di indirizzo. Sotto questa presidenza proseguono l’emorragia di personale e la flessione dei trasferimenti ordinari e censuari, rendendo di fatto impossibile continuare a garantire il rispetto del mandato istituzionale.


I tagli al bilancio - mai denunciati dai nostri vertici, come se non fossero problemi di cui occuparsi, le esternalizzazioni di processi core, il saldo negativo della forza lavoro, il progressivo ingessamento dei processi operato da una dirigenza incapace di interpretare lo spirito di un Ente di ricerca moderno, attrattivo e flessibile - producono inevitabilmente il decadimento della statistica pubblica ufficiale. Con meno personale e meno risorse facciamo meno indagini, le facciamo meno bene e con molta più fatica.


I danni causati dal sistema degli appalti in termini di ritardi (non solo all’Indagine “Sicurezza delle donne” della quale ancora non sono stati consegnati all’Istat i dati della componente straniera) e l’annuncio della rimodulazione al ribasso del piano di diffusione per l’indagine Fiducia dei consumatori e delle imprese, non sono incidenti di percorso. Sono il risultato di una produzione statistica impoverita e non gestita che riguarda ormai tutte le indagini Istat, a partire dalle più importanti – la rilevazione sulle forze di lavoro e quella sulle spese delle famiglie - che l’anno prossimo vedranno il rinnovo dell’appalto senza nessuna prospettiva di miglioramento delle attuali condizioni che ne stanno minando la solidità.


L’esternalizzazione di processi core non è solo un boomerang economico, ma un vero e proprio esproprio di know-how. Se l'Ente "rinuncia a fare", presto o tardi perde anche la capacità di supervisionare la qualità del dato prodotto da terzi, analogamente a quanto avviene nel settore informatico con il massiccio ricorso alle consulenze. Meno informazioni per il Paese significa meno autorevolezza per l’Istituto.


Siamo convinti che il futuro della statistica ufficiale sia legato indissolubilmente alla professionalità e alla fermezza nell’orientare la qualità dell’offerta informativa: quando il maggior produttore di informazione statistica ufficiale perde la capacità di assolvere con integrità alla propria funzione, la democrazia stessa perde la bussola con cui interpretare e valutare la realtà, con tutto quello che ne consegue.


Il mancato ricambio generazionale, la perdita di attrattività dovuta al progressivo e inesorabile impoverimento dei salari – di cui le OOSS rappresentative firmatarie sono complici – unitamente ad un ambiente poco stimolante, mortificano gli slanci: in questo modo l’Istat smette di fare innovazione e ricerca e si limita alla manutenzione dell'esistente. È impresa complicata quella di scovare il valore pubblico, quando nei dipartimenti di produzione si vivacchia a stento e nel settore amministrativo è in corso la restaurazione della peggior burocrazia degli azzeccagarbugli (si veda con quale veste morbosa sono state presentate le graduatorie delle procedure art. 54!)


Per queste ragioni non vediamo motivi per festeggiare, almeno finché il nostro Istituto non tornerà ad essere autorevole e indipendente e ad avere una traiettoria chiara e lungimirante.


Esigiamo:

  • una dirigenza degna di questo nome, in grado di guardare oltre la propria poltrona e di assumersi le responsabilità per cui è retribuita;

  • il ritorno alla Ricerca, attraverso l’avvio di una riflessione sull’offerta statistica prodotta e l’attivazione di scambi reali con le Università e con il mondo della ricerca per recuperare quel terreno che abbiamo perduto negli ultimi otto anni;

  • la riunificazione dell’intera filiera di produzione del dato e la reinternalizzazione della rete di rilevazione;

  • un piano di assunzioni (quei bandi di concorso pubblicati alla Vigilia di Natale non possiamo certo considerarli l frutto di una pianificazione con un capo e una coda!) e valorizzazioni che risponda alle esigenze di ringiovanimento ed eviti la frustrazione professionale e la stagnazione dei salari;

  • il consolidamento in ruolo dei colleghi con contratti a tempo determinato che non possiamo permetterci di perdere a giugno sulla scia di quel grande gioco dell’oca che è stato il PNRR;

  • il superamento di una cultura organizzativa autoritaria e adempitiva che annulla ogni possibilità di crescita e di cambiamento significativi.


Facciamo in modo che il centenario non sia il funerale della statistica pubblica, ma l’occasione per tornare a essere protagonisti della storia del nostro Istituto, come è sempre stato!

 
 
 

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