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Statistiche prêt-à-porter? Non siamo mica gli americani...

4 ore fa
Tempo di lettura: 3 min

Accomodata nel salotto di una tv pubblica già ampiamente addomesticata, e prima di volare verso Milano per partecipare alla fashion-week, la premier del governo più longevo della storia repubblicana ha pensato bene di attaccare l’Istat in diretta televisiva.


“Non so se l’Istat sottostima gli italiani o il Governo”: una battuta che assomiglia a una minaccia.


La conferma, al termine delle consuete revisioni, della stima del deficit delle amministrazioni pubbliche al 3,1% del PIL ha scatenato la rabbia del capo del Governo, perché potrebbe sottrarre alcune decine di miliardi di euro alle disponibilità di una finanziaria che si vuole elettorale. Già tutte le organizzazioni sindacali rappresentative dell’Istat hanno rispedito al mittente l’attacco e chiarito quanto sia grave suggerire una parzialità del più longevo produttore di statistica pubblica del paese; come la sua indipendenza tecnica (ed economica...) sia un prerequisito essenziale per la credibilità delle sue stime e una garanzia per i cittadini di non essere ingannati; come dietro alla produzione statistica ci siano lavoro, competenze e professionalità che non meritano di essere dileggiate in prima serata.  Soprattutto da un governo che ha ampiamente dimostrato di sottostimare la statistica (e tutta la ricerca) pubblica: per noi sono stati 4 anni di salari divorati dall’inflazione, di finanziamenti inadeguati, di blocco delle carriere.


Ci permettiamo però di suggerire un’altra ipotesi: potremmo essere di fronte non a un maldestro scivolone dettato dal nervosismo elettorale, bensì a una precisa strategia, simile a quella che avanza in altre grandi democrazie in via di trasformazione autoritaria. Circa un anno fa, il presidente Trump licenziò con un tweet la direttrice del Bureau of Labor Statistics, l’ufficio federale che si occupa di stimare occupazione e inflazione negli USA, colpevole secondo lui di aver truccato i dati sugli occupati per calcoli politici (con le solite maiuscole: “she has "RIGGED" jobs figures to make the Republicans, and ME, look bad"). E anche in quel caso si trattava di una revisione che non andava nella direzione desiderata.


Lo scorso 18 agosto è uscito a firma del Census Bureau, la più importante agenzia statistica federale USA, un breve documento che pretendeva di individuare l’entità dei voti fraudolenti nelle elezioni del 2020 perse da Trump. Un cavallo di battaglia del tycoon, all’origine dell’assalto a Capitol Hill, è che quelle elezioni sarebbero state rubate attraverso voti falsi da parte di non-cittadini americani. Il documento a firma Census Bureau è apparso senza menzione dei ricercatori coinvolti: infatti non è stato redatto da dipendenti del CB, ma da un sedicente gruppo di “esperti”  di un think-tank vicino a Trump, l’America First  Policy Institute. La metodologia applicata è risibile, uno pseudo-esercizio di matching tra un database privato dei votanti del 2020 e gli archivi demografici del Census Bureau, e il risultato ottenuto (24.000 falsi voti) risibile. Ma viene meno da ridere se si pensa che sono già in atto tentativi di modificare le leggi e i regolamenti elettorali in molti stati degli USA, in vista delle elezioni mid-term e delle prossime elezioni presidenziali del 2028. E che l’amministrazione Trump ha in mente di modificare gli standard metodologici in vista del censimento 2030, in particolare riguardo alla rilevazione dei dati su origine etnica e razziale.


Dovremmo sapere che i regimi autoritari si costruiscono un passo alla volta, e che tutti vogliono avere il controllo pieno sull’immagine della realtà in cui vivono i loro sudditi. Le misurazioni che la statistica pubblica compie sono parte di questa immagine,  e di questa battaglia.


Dovremmo ricordarcelo soprattutto noi in occasione del centenario dell’Istat, fondato nel 1926, anno quarto del governo più longevo della storia italiana.

Al proposito, il silenzio dei vertici Istat di fronte a questo attacco ci preoccupa non poco.

 
 
 

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